Mese: ottobre 2011

Passione,interessi e lavoro:come farli coincidere?

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Se sei soddisfatto del tuo lavoro,motivato e ogni mattina non senti quel senso di frustrazione appena pensi al tuo posto di lavoro significa che lavori in un ambiente che corrisponde al tuo carattere,alla tua personalità e ai tuoi interessi.

Esistono numerose prove frutto di ricerche che confermano la realizzazione, soddisfazione, successo professionale sono statisticamente più probabili dove ambiente professionale e personalità sono in armonia

La scelta di un lavoro,di una professione non è una casualità ma è sempre l’espressione della propria personalità,dei propri interessi e dalla scala-valori professionali che ognuno di noi ha
Inoltre se tu lavori in un ambiente di lavoro con persone simili a te ti sentirai più a tuo agio con livelli di stress minimo
Facciamo un esempio
una persona creativa lavorerà meglio in un ambiente nel quale viene incoraggiato il pensiero laterale e dove anche gli altri hanno una forma mentis simile quindi in un contesto flessibile dove il lavoro non è rigidamente strutturato e routinario

Un po’ di teoria
Secondo vari studi la scelta della propria professione si basa sulla sinergia fra
interessi,attitudini e valori
Queste 3 variabili si presentano in successione nel periodo della propria adolescenza.
Ognuno ha un suo processo di maturazione ma in generale si può dire che
gli interessi maturino verso i 14 anni
le attitudini a 16 anni
i valori a 18 anni

Come scoprire il tuo profilo?
Sia che tu stia iniziando la tua carriera professionale o sia a una svolta
e vuoi sapere quali tipologie di lavori possono essere  
più congeniali a te e quante chance di riuscita hai in un determinata tipologia di professioni il supporto di un career counselor può fare la differenza.
Come  job counselor e career  strategist posso offrirti un supporto personalizzato e
una puntuale valutazione del tuo identikit professionale

 uno dei test più utili: Il modello Holland
il modello  di Holland adottato da decenni individua 6 profili incrociando personalità e interessi
Esso si basa fra l’altro su 2 punti chiave:
1La scelta del proprio lavoro non si basa solo sui bisogni primari (mangiare,avere una casa…) ma deve soddisfare aspirazioni, valori che riguardano l’immagine,il giudizio che ognuno ha di sé e del proprio valore

2 La soddisfazione e il rendimento dipendono dal grado di armonia fra la propria personalità e l’ambiente.

Il test fornisce un codice di 3 lettere relative ai 6 profili
Queste 3 lettere sono alla base della categorizzazione dei vari tipi di lavori sul mercato sia in USA (U.S. Department of Labor) che in Italia (classificazione ISTAT delle professioni)

Una esperienza sul campo
H
o lavorato con studenti del 5° anno dell’ Istituto professionale Tanari a Bologna sul progetto ‘WORKING IDENTITY’

Mi hanno scritto in seguito diversi studenti che hanno’scoperto’ la loro strada
Una fra tutti,Viola
Ciao Vittoria
Ho capito che  quella è la mia strada,lavorare nel sociale e fare un corso di formazione come operatore socio sanitario.. grazie ancora per i consigli

Il profilo di Viola era fondamentalmente orientato sul sociale
Aiutare gli altri Comunicare,istruire, prendersi cura di.. Capacità di empatia verso persone in condizioni di disagio…

Il profilo sociale è uno dei 6 profili del modello Holland

Qualche esempio
un insegnante è principalmente identificato con il profilo S (sociale)
una persona che ama lavorare con attrezzi,costruire o che ama lavorare con gli animali..appartiene al profilo R (realistico)
Se sei una persona brava a convincere,vendere cose o idee allora il tuo profilo di base potrebbe essere I  (Intraprendente)

l‘assessment personalizzato
Una valutazione mirata per far emergere la tua working identity,il tuo profilo professionale da proporre al mercato  

 per valutare la professione che meglio esprime le tue qualità personali
♦Stile personale,bussole di carriera
♦ motivatori e bisogni lavorativi
♦analisi dei tuoi punti di forza

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Se stai terminando o hai appena terminati gli studi questo servizio è per te.
L’obiettivo è renderti più  consapevole delle tue potenzialità e risorse per scegliere un successivo percorso di studi o training professionale oppure avere un supporto per identificare e pianificare il tuo progetto professionale in sintonia con le tue capacità, le tue competenze valorizzando i tuoi punti di forza

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In Italia vale ancora la laurea?:la‘bolla’dei laureati

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Negli Usa dopo la bolla immobiliare si comincia a considerare un’altra bolla: l’education bubble, quella dell’istruzione.
Secondo i dati del
Bureau of Labor Statistic pubblicati dal New York Times, sui 30 lavori in rapida crescita nei prossimi anni solo 7 richiedono una laurea. 

Oggi la domanda chiave per entrare in un mondo del lavoro sempre più flessibile e ‘in progress’ è: Vale la pena investire soldi e tempo per prendere una laurea o sarebbe meglio per alcuni frequentare altro dopo le scuole superiori?
LO STATO DELL’ARTE
Solo il 22% dei laureati (1 su 10 matricole) termina regolarmente il percorso
il 30% si laurea entro il primo anno fuori corso
quasi il 50% con un ri­tardo superiore.
(fonte: Cnvsu-10° rapporto sullo stato del sistema universitario-12/2009) 
 

Alcune osservazioni
Negli anni ’60-’70 la laurea significava un lavoro sicuro.
Negli anni ’80 e ancora di più nei ’90 l’associazione titolo universitario-lavoro sicuro subito’ ha subito una sorta di downgrade.
La laurea non è più quella ‘bacchetta magica’ di status symbol e di accesso a un lavoro meglio retribuito.

Dall’inizio della crisi del 2008 per i laureati in cerca di lavoro la situazione è peggiorata.
Secondo i dati Istat elaborati da Almalaurea, i laureati hanno un tasso di occupazione del 77% contro il 66% di chi ha solo il diploma.
Per quanto riguarda lo stipendio una laurea permette ancora di avere un buon stipendio, a patto di andare all’estero.
Secondo le statistiche di Almalaurea chi si è laureato nel 2009 ed è rimasto in Italia, un anno dopo riceve 1.054 euro al mese, se è andato all’estero 1.568.Il gap è destinato ad allargarsi sempre più: un laureato del 2005 rimasto ha una busta paga media inchiodata a 1.295 euro, l’emigrante nel frattempo è arrivato a 2.025 euro. Oltre 700 euro di differenza.

Secondo Daniel Indiviglio, associate editor della rivista The Atlantic è più importante capire cosa chiedono i datori di lavoro più che sapere quali siano i lavori per i quali serve la laurea.
Sono i datori di lavoro che la preferiscono come se fosse l’unica garanzia e così diventa un valore perché in molti sono ancora fermamente convinti che lo sia.
Per molti lavori, dal punto di vista delle competenze, non è necessario il pezzo di carta dell’università.
Indiviglio conclude che la maggior retribuzione di un laureato non riguarda un plus di competenze e conoscenze necessarie per avere successo nel mercato del lavoro ma significa soltanto che le aziende sono convinte che abbia un magico qualcosa in più.
Molti dei grandi geni d’oggi, Bill Gates, Steve Jobs, Mark Zuckerberg (facebook), Larry Page (Google) Steven Spielberg, Richard Branson (Virgin) non sono laureati.
La differenza non è fra chi ha la laurea e chi ha il diploma, ma chi ha ingegno, capacità, creatività e doti personali. Vale puntare sul merito e investire sulle idee. Concetti quasi sconosciuti in Italia se guarda alla continua fuga di cervelli dal nostro Paese: il 35% dei 500 migliori ricercatori italiani nei principali settori di ricerca ha abbandonato il Paese. Confimpreseitalia ha stimato in 60mila i giovani emigranti, ogni anno.
Di questi il 70% ha la laurea. Risorse umane che lasciano l’Italia perché non hanno chance e una retribuzione adeguata.
Un esempio? Un ingegnere all’inizio di carriera in Italia guadagna 1.200 euro o poco più. All’estero, in Germania, in Spagna o negli Usa guadagna tra i 1.800 e i 2.500 al mese.
IDEE IN CONTROTENDENZA
Uno dei fondatori di Paypal, Peter Thiel ha deciso di investire 2 milioni di dollari proponendo a 20 teenager (100 mila dollari a testa) di progettare e sviluppare start up d’imprese nei settori dell’informatica e delle biotecnologie. Tempo 2 anni e poi chi vuole potrà tornare scuola.
E’ una sfida

Il mondo si fa sempre più complesso ma i percorsi di studio rimangono strutturalmente sempre gli stessi. Troppo lunghi, troppo costosi e obsoleti. Internet e la tecnologia sembrano non li abbia nemmeno sfiorati.

L’istruzione è fondamentale.L’università è utile ma non è una garanzia per una carriera di successo soprattutto com’è ora..E NON BASTA
Non basta avere 110 e lode se non si tiene in seria considerazione l’idea di un’educazione permanente (lifelong learning) cioè tutte quelle opportunità educative formali (istruzione e formazione certificata) e non formali, l’informatica, le lingue straniere….
 

 

 

 

Steve Jobs:don’t go with the flow,think out of the box

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Here’s a guy who never finished college, never went to business school.So how did he become the visionary who changed every business he touched? Actually, he’s given us clues all along. Remember the “Think Different” ad campaign he introduced upon his return to Apple in 1997?
“Here’s to the crazy ones. The rebels. The troublemakers. The ones who see things differently. While some may see them as the crazy ones, we see genius.”
In other words, the story of Steve Jobs boils down to this: Don’t go with the flow.
Steve Jobs refused to go with the flow. If he saw something that could be made better, smarter or more beautiful, nothing else mattered. Not internal politics, not economic convention, not social graces.  (New York Times)

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Elogio dell’insuccesso:vince chi fa più errori.

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Ci hanno insegnato che sbagliando s’impara, che senza insuccessi non c’è apprendimento.
E’ stata la filosofia di Thomas Watson, il fondatore di IBM che affermava che il modo migliore di aver successo, di farcela è raddoppiare il tasso dei fallimenti.

A ognuno di noi è certamente capitato di commettere qualche errore e di consolarci pensando che “errare humanum est” a patto di imparare il più possibile da questi errori, gestirli in modo costruttivo.
Sbagliare, fallire non piace a nessuno. Ne va della nostra autostima, del giudizio degli altri, della nostra reputazione specie nel campo professionale, dove sbagliare può avere
un costo economico e professionale alto, può bloccare una promozione, far vacillare il posto…

Farson e Keyes nel loro splendido libro ‘Vince chi fa più errori’ affermano che il concetto di fallimento deve essere ripensato.
La nostra cultura, dicono, è orientata verso il successo e penalizza l’insuccesso che è invece un elemento prezioso per crescere, per migliorare e, magari, per avvicinarci più velocemente alle nostre mete.

Oggi il mondo cambia rapidamente sotto i nostri occhi ed è necessario, vitale per fare passi avanti confrontarci con le due facce della stessa medaglia il successo e l’insuccesso e rischiare, accettare le sfide.

 

Siate come una gomma per cancellare: riconoscete i vostri errori, fatene tesoro e poi cancellateli dalla memoria.
Zig Zaglar

Il valore del fallimento
I fallimenti così come il procedere by trial and error, per tentativi possono offrire anche dei vantaggi e nuove opportunità. Come?

Nel tran tran di ogni giorno siamo portati a galleggiare, a dare per scontato. Quando tutto va liscio, non ‘perdiamo’ tempo per verificare se le nostre strategie sono efficienti ed efficaci, se c’è all’orizzonte qualche cambiamento.

Gli errori e i fallimenti permettono di fermarci al pit stop e di identificare, mettere a fuoco cosa non ha funzionato e aprire nuove strade. Un errore, improvviso e inatteso, può rappresentare un’interessante occasione di scoperta se s’impara a osservare senza preconcetti e con uno sguardo attento e farsi domande.
Che cosa è mancato? Che cosa togliere/aggiungere, modificare…
L’errore ci scuote, mette in discussione i nostri atteggiamenti e le nostre convinzioni.

Ogni insuccesso ha due facce: un evento negativo ma anche un’opportunità per valutare e pianificare nuove strategie.

Tante scoperte sono state fatte per errore.
Un esempio.
Com’è nato il post-it
Nel 1968 alla 3M Spencer Silver stava cercando testando un adesivo ultraforte ma il risultato era che creò invece una colla particolarmente debole.
Non si perse d’animo. Anziché buttarla, la affidò ai propri colleghi sperando nella speranza che trovassero una possibile applicazione.
Qualche anno dopo, uno di questi, Art Fry, si ricordò della particolarità di quella colla in grado di aderire alla carta anche dopo essere stata più volte staccata. Da quell’apparente fallimento ed errore nacquero i famosi post-it gialli con i quali la 3M ha fatto milioni di dollari.  

Il problema non è come far entrare idee nuove in testa ma come far uscire quelle vecchie Dee Hock.

Come imparare dai fallimenti
Assumersi le proprie responsabilità invece di incolpare gli altri.
Riconoscere l’errore, imparare da ogni fallimento invece di nascondere o ignorare l’accaduto ripetere gli stessi
Imparare che il fallimento è parte del successo invece di aver paura di tentare
Tenere un atteggiamento costruttivo e ricercare prospettive differenti  invece di rimanere ingessati nel’ si fa così,tutti fanno così e accettare le regole tradizionali come assiomi
Accettare nuove sfide e rischiare invece di farsi bloccare dagli errori del passato
Credere che è la cosa non ha funzionato invece di prenderla sul personale e di colpevolizzarsi (Io sono un fallito)
Analizzare i diversi elementi in gioco, perseverare invece di mollare.

leggi anche
la migliore qualità del leader manager


BIBLIOGRAFIA

R. Farson ,R Keyes -Vince chi fa più errori.
Il paradosso dell’innovazione. F. Angeli
Z. Zaglar -Passi verso la cima. Gribaudo
John C. Maxwell Failing forward. Turning Mistakes into Stepping-Stones for Success Thomas Nelson Publishers